Articoli e Interviste

Intervista a Piero Varetto (1963-2009) realizzata e pubblicata sul sito “Il battello a vapore”
 

L’esperienza di un insegnante Feldenkrais con bambini in difficoltà scolastiche.

Il tema di questa conversazione è il movimento in relazione all’apprendimento. Lei si occupa di movimento come insegnante Feldenkrais®. In che cosa consiste il lavoro con i bambini?

Moshe Feldenkrais dice che il corpo è una chiave di accesso alla persona più facilmente utilizzabile di altri mezzi, per esempio la parola, perché quello che accade nel corpo è tangibile. Ho iniziato a lavorare con bambini con problemi di apprendimento da quando una logopedista mi ha mandato un ragazzino autistico. Da lì è nato un interesse per il tema dell’apprendimento; lavoriamo insieme su ciò che Feldenkrais ha chiamato «apprendimento organico», un processo di apprendimento in cui non c’è qualcosa che da fuori deve essere trasferito all’interno, ma qualcosa si trasforma all’interno per comprendere quello che sta fuori.

Torneremo più avanti su questo tema. Ma prima vorrei avere un’idea concreta del suo lavoro: lo spazio, i materiali, che esperienze propone…

I bambini arrivano in uno spazio piuttosto vuoto, con un pavimento di legno. Ci sono una spalliera, una poltrona a sacco, alcuni cuscini, uno scivolo, delle palle…; un pensile con sacchetti contenenti materiali di diverso peso e consistenza. Ci sono poi alcuni semplici giochi da costruzione in legno e una scala in legno su cui i bambini possono salire in tutta sicurezza per cercare i giochi nel pensile. Il lavoro che faccio con i bambini è lontano da ciò che si fa in una seduta Feldenkrais® con gli adulti. Ma la base è la stessa perché osservo i movimenti, i tempi di reazione, come si appoggiano, come è il loro equilibrio. Propongo loro delle sfide alle quali sono in grado di dare risposte, anche se magari non lo sanno.

Come in pratica? Propone dei giochi, delle attività?

Con ogni bambino accadono cose diverse. L’importante è che tra noi si stabilisca una relazione. Non dico fai questo, fai quest’altro, ma chiedo al bambino che cosa ha voglia di fare. Io mi limito a giocare con lui. Ciò che evito assolutamente è sostituirmi al bambino se non è in grado di fare qualcosa. Per me è importante che egli sia messo nella condizione di fare tutto ciò che può e di non vivere con frustrazione il pensiero «sono piccolo, non sono capace, per fortuna c’è un grande».
Io come adulto ho il compito di proteggerlo e sostenerlo, ma non posso togliere a lui la possibilità di concepire un’esperienza e di trasformarla in azione. E poi aspetto il momento in cui quello che il bambino fa «riempia la stanza».

Lei fa qualcosa perché il bambino riesca a trovare quel gesto che, come ha detto, «riempie la stanza»?

Innanzitutto io gli do del tempo, e non filtro le cose che fa. Ma quando il bambino fa qualcosa di significativo per sé, allora lì trova tutto il tempo e lo spazio perché questa cosa cresca.

Può dirci qualcosa di più dell’apprendimento organico? E in che modo il lavoro sul movimento favorisce l’apprendimento?

Ciò che si risveglia attraverso il mio lavoro è la capacità di ricevere i cambiamenti dell’ambiente in maniera profonda perché vissuti. Quando questo si verifica nasce un desiderio di conoscere, di imparare; e quando quel desiderio è ben sveglio allora posso imparare di tutto. Se osserviamo lo sviluppo di un neonato nei primi mesi, come ha fatto Feldenkrais che ha basato molto il suo lavoro su questo, abbiamo l’impressione che esso risponda a un bisogno profondo. I bambini hanno voglia di crescere, di esplorare, di imparare. Ciò che cerco di fare è permettere a questa voglia di continuare a essere accesa, affinché il bambino possa attingere di nuovo a quella risorsa naturale e profonda che ha guidato il suo sviluppo e che è appunto l’apprendimento organico.

E il movimento può risvegliare questa capacità?

Quando il mio corpo è irrigidito non provo dolore, ma non provo nemmeno passioni, curiosità. Quando invece permetto al corpo di muoversi, di esplorare e affrontare anche cose non conosciute corro il rischio che tornino l’incertezza, il dolore. Ma se ciò accade gradualmente e con il giusto sostegno, il rischio viene controbilanciato dalla novità e dalla crescita. Il movimento che io propongo ai bambini è qualcosa di cui sono capaci ma che non sempre fanno perché non se lo permettono o non ne hanno la possibilità. Dunque in studio io permetto ai bambini di esplorare in sicurezza qualcosa di nuovo.

Si parla molto dei bambini «vivaci», i cosiddetti ipercinetici: è un tema che sembra molto sentito nella scuola. Che riscontri ha lei in proposito?

Ho iniziato proprio ad affrontare questo tema con una collega che è insegnante e sente come sia diffusa la preoccupazione per questa «sindrome» che sembra in crescita. Ai bambini vivaci cerco di fornire delle possibilità perché le esperienze diventino un po’ alla volta più profonde. Non sollecito a dare risposte e mi aspetto che il tempo che passa prima che essi cambino il fuoco della loro attenzione si allunghi un po’.
Io nel mio lavoro faccio l’esatto contrario della stimolazione. Le mie proposte sono domande molto aperte e non c‘è una risposta «giusta». Ciò che importa è che si attivi un’esperienza: qualsiasi risposta va bene, perché l’importante è come la persona elabora la risposta.